
Developer: Red Sea Global
Architectural design: Oppenheim Architecture
Interior design: Studio Paolo Ferrari
Furnishings and lighting: custom made
Travel designer: Exclusive ACIblueteam, tailor made travels to luxury destinations
Photos: courtesy of Red Sea Global and Oppenheim Architecture

Non potevano dargli nome migliore – Desert Rock – perché il resort progettato da Oppenheim Architecture con il contributo dello Studio Paolo Ferrari per gli interior, sembra davvero giocare con la roccia e la sabbia delle montagne di Hejaz, nel Mar Rosso Saudita. Il mare da lì non lo vedi, è a mezz’ora di distanza. E in verità al principio non vedi neanche il resort, perché la macchina che ti accompagna dal Red Sea International Airport si ferma all’imbocco di un mini-canyon color ocra, illuminato alla sera dalle candele. Suggestione pura, all’altezza delle 64 ville costruite ad anfiteatro attorno alla valle che ti si spalanca davanti al termine del canyon, con al centro il foyer con il caminetto acceso in inverno e i divani davanti alle pareti vetrate, i sei ristoranti (prestigioso Nyra, dello chef turco stellato Michelin Osman Sezener), le piscine e una sala-cocoon di dischi in vinile, da acquistare o da ascoltare sul posto.
«È stata una mia idea e gli ospiti l’adorano», rivela il General Manager Thomas Combescot-Lepere, attento direttore d’orchestra di questo luogo dell’anima, che ad eccezione delle aree comuni e la Royal Villa è tutto costruito, e mimetizzato, nella roccia. Su una superficie di 30.000 mq, Desert Rock offre diverse tipologie di suite e ville: quelle scavate nella montagna a strapiombo sulla valle, come le Mountain Cave e le Mountain Crevice; quelle con piscina privata lungo l’antico corso dei fiumi (Wadi Villas); le Cliff Hanging Villas, sospese in cima a speroni rocciosi.


«In ognuna, il décor s’ispira alla civiltà Nabatea che abitava anticamente la Penisola Arabica», continua Lepere. Profondamente connessi con il genius loci, gli interni hanno superfici color terra e dettagli in bronzo e legno, ripetuti anche nei divani incassati e nelle lampade custom made. E se il layout porta la firma di due prestigiosi studi internazionali, i dettagli, come i tessuti o i tappeti, sono opera di creativi locali: da Saad Al Howede, artista saudita che racconta il patrimonio culturale con spirito concettuale, ad Abeer Al-Khalifa, i cui lavori s’ispirano alla natura.
Grande attenzione è stata data alla sostenibilità, sposando la visione di Red Sea Global, l’ambizioso progetto di turismo rigenerativo che sta prendendo forma nella regione, di cui Desert Rock fa parte. «La maggior parte dei materiali da costruzione è riciclata nel sito, in modo da ridurre al minimo l’impatto ambientale e far sì che le nuove forme incarnino gli stessi colori e minerali dell’ambiente circostante», hanno rivelato gli architetti di Oppenheim.


Oltre ai materiali di scavo ci sono sistemi di raffreddamento passivo che riducono il consumo energetico, pannelli solari, il controllo delle acque per l’irrigazione delle piante. «Abbiamo privilegiato specie autoctone come acacie e palme, che hanno riportato la vita nella valle: uccelli soprattutto, ma anche rettili e mammiferi come le volpi del deserto», conclude il direttore. L’architettura al servizio dell’ambiente, fra le remote montagne del Red Sea Saudita.






