
Come molte parti della Sicilia – e dell’Italia tutta – Palermo ha costruito la propria identità produttiva attraverso botteghe, laboratori, officine e saperi materiali tramandati per generazioni. Da questo intreccio di artigianato, tecnica e cultura del fare emerge oggi una geografia creativa che unisce competenze tradizionali e cultura del progetto, dove il design si definisce attraverso la stretta relazione con il territorio.
Ceramica e immaginazione
Radicata a Palermo, all’atmosfera dei suoi mercati, dei suoi colori e dell’onnipresenza storica dei suoi palazzi, Patrizia Italiano crea con la ceramica teste, vasi e figure antropomorfe. Le sue reinterpretazioni delle teste di moro, ironiche e colte, sorprendono con dettagli inattesi. Un tocco mai banale, che molto ha da dire sul fatto a mano, sull’impegno sociale (nel suo atelier, dove si sono formate donne disoccupate, ha ricavato spazi per accogliere artisti in residenza), sul rapporto con la memoria.

Patrizia Italiano a Casena del Principe
Se le sue opere popolano gallerie e concept store ai quattro angoli del mondo, dall’Australia agli Emirati Arabi, passando per Tokyo, New York e Milano, a Palermo, si possono ad esempio ritrovare sulle tavole del ristorante stellato Charleston. Qui, dall’incontro tra Patrizia Italiano, lo chef Giovanni Solofra e la pastry chef Roberta Merolli è nata una collezione di ceramiche che diventa parte della degustazione. O ancora, negli ambienti della Casena del Principe, dimora settecentesca sulle Mura del Foro Italico, nel cuore della Kalsa. In questi ambienti oggi dedicati all’ospitalità, le sue ceramiche dialogano con la storia, come a ricordarci che Palermo è Città di Affermata Tradizione Ceramica, erede di una cultura di botteghe attiva sin dal 1500.

Atelier di Patrizia Italiano

Patrizia Italiano a Casena del Principe
Palazzo Butera
Proprio nel quartiere della Kalsa si trova il settecentesco Palazzo Butera, acquistato da Massimo e Francesca Valsecchi nel 2016 e trasformato in casa museo su progetto dell’architetto Giovanni Cappelletti, che ha curato anche l’allestimento museografico delle collezioni. Nei suoi spazi opera la Fondazione Butera con il “proposito di invitare le generazioni future a comprendere che l’arte, la storia e la cultura hanno generato, e sempre genereranno, un ampio spettro di benefici sociali, economici e formativi”.
Le sale restaurate, le installazioni, il dialogo tra opere e architettura raccontano un’idea di design fatto di relazione tra passato e presente e tra la città e chi la attraversa, contribuendo alla rinascita culturale della Kalsa e di Palermo.

Officine Calderai
I calderai
Dalla ceramica agli stagnini: nella centralissima via dei Calderai dove per secoli sono stati forgiati pentole, bracieri e utensili domestici, studio Martinelli Venezia ha rilevato la bottega di Nino Ciminna, il più anziano stagnino della via. Chiusa e abbandonata dopo la sua scomparsa nel 2015, la bottega è ora un micromuseo – lo spazio si sviluppa su 30 metri quadri – a custodia di una componente essenziale della cultura materiale palermitana.

Cento Oliere, Officine Calderai
La mostra Cento Oliere (One Hundred Oil Cruets), progettate da Martinelli Venezia e realizzate a mano da Paolo Tabbone nella sua bottega al civico 35, è un’esplorazione giocosa delle variazioni di forma e funzione applicate a un oggetto umile, storicamente prodotto proprio in questa strada e simbolo dell’identità italiana. L’esposizione fa parte di un catalogo visivo in evoluzione dedicato alle botteghe di Via Calderai.
Il micromuseo è anche caffetteria-bistrot per cene pop-up.

Nelle immagini, la collezione Kimano Design inserita nello scenario della cava di diaspro di Custonaci: “un dialogo silenzioso tra l’energia primitiva della terra e le linee raffinate di Kimano” la definisce l’art director Gabriele D’Angelo – Photo © Chiara Pugliesi
Le cave di diaspro, a Custonaci
Da Palermo la visita prosegue verso ovest, nel trapanese, per scoprire il diaspro, pietra rara tipica di Custonaci. Questa pietra dalle venature rosse risalta nel panorama di montagne bianche della zona, che fu il secondo bacino marmifero d’Europa. Dopo gli anni Sessanta molte cave sono state abbandonate e oggi il materiale trova impieghi più artistici, soprattutto nelle pareti verticali, dove la venatura rivela il suo lento processo di formazione. La concentrazione irregolare del diaspro e la sua crescita graduale ne determinano qualità e unicità.


A Custonaci ha sede Kimano Design, brand nato dall’esperienza della Ducale Marmi, azienda partner del gruppo Margraf impegnata nella lavorazione dei marmi in Sicilia. Sotto la direzione artistica di Gabriele D’Angelo, Kimano Design sviluppa oggetti che esplorano le potenzialità espressive della pietra, trasformando un materiale storicamente legato all’architettura (il diaspro è conosciuto anche come “breccia pontificia”, fu impiegato in particolare nel Barocco romano) in elemento per arredi contemporanei. La tradizione lapidea si traduce così in forme dando vita oggi a una collezione di oggetti capace di unire la preziosità della pietra a un senso di leggerezza e di ironia. Mettendo in dialogo industria dei materiali e cultura del progetto, competenze tecniche e ricerca formale, il progetto di Kimano Design si inserisce a pieno titolo nel filone del design italiano.

Cretto di Burri, Gibellina

Cretto di Burri, Gibellina
Gibellina, la memoria che diventa paesaggio
Il viaggio di ritorno da Custonaci a Palermo merita una deviazione verso Gibellina, sulle cui rovine post terremoto del Belice del 1968 Alberto Burri immaginò un’opera che non ricostruisse, ma custodisse. Tra il 1985 e il 1989 Burri trasformò quel vuoto in una distesa bianca di cemento che ripercorre la trama del paese scomparso: grandi blocchi separati da fenditure definiscono la memoria delle strade che furono. Il Cretto di Burri è simbolico della capacità della Sicilia di trasformare la storia in spazio, la perdita in gesto artistico.







