
Non ha bisogno di presentazioni Pierre-Yves Rochon, auterovole firma parigina nel mondo dell’interior design, capace di incarnare il concetto di lusso con uno sguardo sempre attento al rispetto del genius loci e al vivere contemporaneo. Fondatore dello studio PYR, Rochon ha firmato alcuni dei progetti più iconici dell’hospitality, ridefinendo il significato stesso di eleganza, in uno squisito equilibrio fra storia, modernità e sensibilità stilistica. Tra i suoi ultimi capolavori, spicca il Waldorf Astoria New York – dove lo abbiamo incontrato – simbolo assoluto dell’Art Déco mondiale, che ha recentemente riaperto svelando la Grandeur dell’epoca d’oro. Un luogo in cui l’idea progettuale diviene, nella matita di Rochon, un autentico gesto culturale.

Waldorf Astoria, New York
Mr. Rochon, quali principi guidano il suo approccio alla progettazione di hotel e residenze di lusso?
È essere giusti ed essere umili. Questa è sicuramente una parte della mia filosofia. Bisogna ascoltare. Bisogna sapere cosa si sta facendo per i propri clienti. Progettare non significa affermare il proprio ego, ma mettersi al servizio di chi vivrà quegli spazi. Quindi la mia filosofia si basa sul rispetto, perché ho una responsabilità verso le persone nel mondo. Può essere un successo o può essere un grande errore… Per questo cerco sempre di essere “giusto”, più che visionario.
Come riesce a coniugare eleganza classica e comfort contemporaneo?
ll comfort contemporaneo non è un oggetto di design o una finitura alla moda, ma una questione di funzionalità, di percorsi, di luce, di spazio. Se il progetto funziona davvero, allora anche l’eleganza diventa naturale. Il design arriva successivamente: prima c’è l’esperienza dell’ospite.

Waldorf Astoria, New York
Nei suoi progetti, il dialogo con la storia è sempre centrale. Come affronta il rapporto tra identità di un luogo e interior design?
Il punto di partenza è sempre il luogo. Quando sei in una stanza voglio che tu senta dove ti trovi: New York, Parigi, Londra. Dev’essere chiaro, immediato, quasi istintivo. Questo per me è fondamentale. Non è facile, perché significa collegare l’idea allo stile, alla storia e alla città. Ma se nella Spa del George V, ad esempio, ti viene chiesto se ti trovi a Parigi e la risposta è sì, allora il progetto funziona.
In che modo cultura, storia e contesto architettonico influenzano il suo processo creativo?
Se lavori su un edificio storico e non ne conosci il DNA, stai sbagliando mestiere. Studio in modo molto approfondito archivi, disegni, proporzioni, colori, ma anche l’anima invisibile di un luogo. Ogni città ha una sensibilità diversa. Il progetto deve assorbire tutto questo, senza diventare mimetico o nostalgico.

Fresco Suite, Fourseason Hotel Milano
Il Waldorf Astoria è un’icona dell’Art Déco mondiale. Qual è stata la sua priorità principale nel reinterpretarne l’identità senza tradirne l’essenza?
La priorità è stata il rispetto. Non si può “reinterpretare” senza prima capire profondamente. L’Art Déco del Waldorf non è decorazione: è struttura, ritmo, proporzione. Ho lavorato sull’idea di riportare luce, fluidità e funzionalità, senza cancellare la memoria. L’edificio era diventato scuro, chiuso, quasi difensivo. Dovevamo restituirgli la vita. E c’era una grande criticità: la lobby assomigliava più a una “stazione di servizio” che a un ambiente residenziale di un hotel. Inoltre, abbiamo pensato che il percorso dell’ospite per giungere in hotel non fosse funzionale, dal retro, con i bagagli, all’esterno, con vento, neve, pioggia… Così abbiamo progettato un portico coperto. Questa è esattamente ciò che intendo quando parlo di combinazione tra passato e futuro.
C’è un dettaglio di interior design che considera particolarmente rappresentativo del suo intervento al Waldorf?
La lobby, perché è il cuore dell’hotel. Anche i corridoi e le camere: i corridoi sono concepiti come un viaggio, non solo uno spazio anonimo. Le suite inoltre sono state studiate come appartamenti newyorkesi: le abbiamo completamente ridisegnate, così come i bagni originariamente molto piccoli. Ora la metratura minima si aggira intorno ai 60mq…

Eiffel Tower Suite, Four Seasons Hotel George V, Parigi
Quali materiali o finiture ha scelto per evocare la raffinatezza originaria dell’hotel, e quali rappresentano invece un intervento più innovativo?
Abbiamo usato materiali che dialogassero con i marmi e le tonalità profonde, reinterpretati con una sensibilità moderna L’innovazione non è nel materiale in sé, ma nel modo in cui viene usato: più luce, più spazio, più respiro. Se studi le sottigliezze tra il classico del XVIII e del XIX sec. e il design contemporaneo, l’Art Déco si pone in mezzo. Così si può giocare tra moderno e classico.
Nel restauro del Four Seasons George V ha lavorato su un edificio iconico. Qual è stato il principio guida?
Era lo stesso periodo del Waldorf Astoria: 1929. I volumi degli spazi pubblici funzionavano, non erano troppo alti, mentre le camere erano molto lussuose. Abbiamo mantenuto così il DNA dell’hotel perché il proprietario voleva che restasse il George V. Allo stesso tempo, però, il progetto doveva far sentire gli ospiti a Parigi. E questo equilibrio è stato essenziale.

Deluxe Park Junior Suite, The Emory, Londra

Deluxe Park Junior Suite, The Emory, Londra
In che modo il tuo approccio cambia da una città all’altra?
Il sogno di Parigi non è lo stesso del sogno di New York. Gli anni ’30 possono sembrare simili, ma il Waldorf incarna l’Art Déco monumentale newyorkese. A Parigi lavoro con una forma di classicismo francese che affonda le sue radici nel XIX secolo. Londra è ancora diversa: lì si studia il genius loci. Al Dorchester c’è lo stile classico inglese con un senso di eccentricità molto britannico. Ora sto lavorando al Ritz: deve essere francese, ma non come se fossi a Parigi – deve essere francese visto attraverso gli occhi di Londra. Un marchio ha lo stesso DNA, ma deve essere raccontato in modo diverso ogni volta. Questo è interessante per gli ospiti e per il marchio, ed è molto importante per me, perché mi impedisce di copiare me stesso.
Quanto conta la funzionalità?
È uno dei primi aspetti. Puoi fare il miglior design del mondo, ma se non funziona, se le persone non riescono a lavorare, se non capisci dove sono i ristoranti, allora il progetto fallisce. Quando hai risolto la funzionalità dell’ospitalità, sai come continuare il progetto, e da lì puoi costruire il sogno.
Un dettaglio che considera la sua firma stilistica?
La luce, che rappresenta almeno il 30% di ogni progetto. Può esaltare l’architettura o distruggerla. La luce è un’alleta, mai un nemico: la luce è architettura, è emozione, è benessere. Dev’essere delicata, e mostrare mente e corpo.

Corner Park Suite, The Emory, Londra
Nei progetti residenziali cambia il suo approccio rispetto all’hotellerie?
Il metodo è identico. Ospitalità e residenziale devono essere connessi. Molte soluzioni create per gli hotel possono funzionare anche in una casa privata e viceversa. Lavoro così da più di trent’anni, ed è per questo che le persone tornano e si sentono a proprio agio.
C’è un progetto che sogna ancora di realizzare?
Mi piacerebbe lavorare su un’opera pubblica: una stazione ferroviaria, un museo. La stazione, in particolare, è molto interessante perché è un momento della vita legato al viaggio. Oggi le stazioni e gli aeroporti sono molto simili, ma spesso gli aeroporti sono più accoglienti. Perché, mi chiedo? Credo che il motivo risieda nel fatto che non pensiamo alle stazioni come luoghi in cui soffermarci e sentirci a proprio agio, benché in un futuro molto prossimo, in Europa, il treno sarà il mezzo più usato rispetto ad altri. Potremmo ripensare alle stazioni come luoghi confortevoli con ristoranti e servizi di alto livello. Ricordo che quando viaggiavo in treno da Lione a Parigi avevo tovaglie, posate d’argento, buon cibo. Era normale. Oggi possiamo farlo con uno sguardo contemporaneo, ripensando alle stazioni come a luoghi eleganti e accoglienti. Questo è per me il futuro.








