
A ben guardare la scena culturale della penisola arabica sembra proprio che le donne stiano presidiando ruoli sempre più apicali. Dalla curatela di mostre alla direzione di musei, alla regia di biennale e design week: il punto di vista di Beatrice Leanza, Majeda Alhinai, Natasha Carella, Rana Beiruti e Sara Ghani sta tracciando una rotta importante per il futuro delle discipline del progetto, utile non solo a questa parte di mondo. Ma anche a quell’altra, l’Occidente, con la quale la Ceo dell’Architecture & Design Commission saudita, Sumayah Al-Solaiman, «architetta, urbanista, ricercatrice: una donna», come sottolinea Leanza, «che fa la differenza nel sistema design arabo» proprio a inizio ottobre 2025 ha siglato una partnership strategica con il Salone del Mobile di Milano per il suo debutto nel Regno, nel 2026.

Majeda Alhinai, prima omanita a curare per il proprio Paese una mostra alla Biennale di Architettura di Venezia 2025

Traces, Padiglione dell’Oman, Biennale di Architettura di Venezia 2025 – © Courtesy of Sultanate of Oman
«Essere una donna qui, è un’esperienza universale», afferma Majeda Alhinai. Architetta dal Cv cosmopolita, è la prima omanita a curare per il proprio Paese una mostra alla Biennale di Architettura di Venezia 2025: Trace — commissionata da Sayyid Saeed bin Sultan bin Yarub Al Busaidi, con il sottosegretario per la Cultura del Ministero della Cultura, dello Sport e della Gioventù —, è un affondo nel modello dello Sablah, spazio comunitario tradizionale locale. «Ci vuole tempo per farsi ascoltare, e la perseveranza è fondamentale. L’unica strada è continuare a lavorare sodo, lasciando che sia la qualità di ciò che facciamo a parlare per noi». Una consapevolezza, quella maturata dalla curatrice, che prova a scalfire uno dei luoghi comuni più coriacei, perché contenuto nel termine stesso con il quale la penisola arabica viene definita. «Medio Oriente non è solo un’etichetta di stampo colonialista che definisce la regione in relazione all’Europa anziché rispetto a se stessa, ma anche una sintesi geografica maldestra che non può contenere tutta la ricchezza culturale e la profondità storica di una regione tanto vasta: appiattendo le differenze si rischia di perdere le voci uniche, le pratiche, le innovazioni che emergono spontanee dai territori. Pensarci come un mosaico, piuttosto che come un monolite, aiuterebbe a superare i pregiudizi».

Departures by Adorno, design Rana Beiruti – Photo © Inigo Inchaurraga

Rana Beiruti, former curator dell’Amman Design Week
Sfumata, diversificata, stratificata e ricca: è così che Rana Beiruti sceglie di descrivere la scena progettuale dell’Arabia Saudita, quella nella quale indaga e si muove. Un MBA a Montreal, in Quebec, l’architetta, former curator dell’Amman Design Week, ha tra le molte altre esperienze anche fondato e diretto Platform 27 (uno spazio ibrido di apprendimento aperto alle residenze di artista): «da Levante, al Golfo sino al Nord Africa, la mia pratica racconta il mondo arabo per quello che è: un caleidoscopio di culture, dove il patrimonio storico ha radici profonde e la geografia è unica. La nostra scena artigianale regionale è tanto affascinante per tre motivi: per il rispetto con cui le comunità usano risorse e materiali naturali; per il fatto che è profondamente situata e al tempo stesso connessa alla modernità; per il fatto che l’artigianato è una pratica che crea legami di comunità». Per Beiruti il craft nella penisola arabica è uno potentissimo strumento di negoziazione tra passato e presente, eredità e futuro, hand made e digitale.

Sara Ghani, Urban Planning & Design Manager per la Royal Commission for AlUla e curatrice del Design Space AlUla

Design Space AlUla, Al Jadidah Art District – Photo © Royal Commission For AlUla : Nicholas Jackson Photography
«Il design per noi è la possibilità di plasmare il paesaggio culturale nel quale viviamo», una postura del tutto simile a quella tenuta da Sara Ghani, curatrice del Design Space AlUla: «in una regione come la nostra, con tante fratture tra passato e presente, la creatività può contribuire a costruire un dialogo tra una dimensione profondamente locale e una spinta all’internazionalizzazione più contemporanea».

Beatrice Leanza, curatrice del Padiglione Arabia Saudita alla 19° Edizione della Biennale di Architettura di Venezia – Photo © Diana Tinoco

Syn Architects, The Um Slaim Collective, Walk, Riyadh, Saudi Arabia, 2022 – © Courtesy Syn Architects
Un approccio del quale risuona la pratica curatoriale di Beatrice Leanza, italiana dal profilo decisamente cosmopolita, dal 2013 al 2016 creative director della Beijing Design Week, città nella quale ha vissuto per 17 anni. «La domanda da porsi oggi è: alla luce dei grandi cambiamenti globali che stiamo vivendo, per chi e cosa disegniamo oggi?». Parte da qua il progetto di curatela per il padiglione dell’Arabia Saudita alla 19esima edizione della Biennale di Architettura di Venezia: fortemente voluto dall’Architecture & Design Commission saudita presieduto da Sumayah Al-Solaiman (ndr sempre lei), e dal Ministero della Cultura, ‘Um Slaim School’ non è solo una mostra, ma un modello di scuola dove sperimentare nuove programmi educativi. Insieme a Sara Alissa e Nojoud Alsudairi, founder di Syn Architects, Leanza mappa i movimenti delle nuove generazioni per provare a leggere l’ambiente costruito e a reimmaginare il non-costruito. Quello dell’attenzione alla dimensione del design emergente è un tratto distintivo del lavoro che Leanza svolge sul campo: «per me è uno strumento di partecipazione potente capace di rispondere alle urgenze di oggi».

Designlab Experience Composition, Dubai Design Week 2025

Natasha Carella, direttrice della Dubai Design Week gestito dall’Art Dubai Group
Il cono di attenzione è il centro storico di Riyadh, dove l’architettura vernacolare Najdi, legata alle costruzioni tradizionali di fango, è una pratica ponte utile per informare nuove visioni di città. Un affondo nella storia del luogo che si raccorda al lavoro di Natasha Carella: «dinamica, stratificata e collaborativa. E’ così che mi piace descrivere la scena creativa della Dubai Design Week», sottolinea la curatrice dell’evento. «Il nostro è uno spazio sperimentale ma profondamente radicato alla SWANA. L’area geografica del Sud-Ovest Asiatico e Nord Africa (South West Asia and North Africa) è estremamente sfaccettata, anche in termini di cultura progettuale: sintesi di tradizione e modernità, il design è il cappello sotto il quale artigianato locale e sapere vernacolare convergono per influenzare le pratiche contemporanee». Ovunque, da queste parti, la creatività è avvolta da un senso di resilienza e ingegnosità che restituiscono al progetto il ruolo di agente, «il festival è l’occasione per dimostrare il design è capace di affrontare le urgenze di oggi, come crisi ambientale, migrazione e disuguaglianze», chiude Carella. La sfida è reale, ma l’opportunità è ancora più grande. Gli Emirati sono un Paese giovane e ambizioso in cui più del 70% della popolazione ha meno di 35 anni: «qui il cambio generazionale è già realtà», convergono le curatrici. Qui si guarda al mondo con occhi diversi.








