
Tutte concentrate sul processo di sviluppo top down, di metropoli che crescono in accelerazione, scolpendo di verticalità gli skyline e di più ampie orizzontalità la pianta urbana, le narrazioni occidentali sembrano trascurare l’altra faccia della Penisola Arabica. Quella più autentica, che vibra di una complessità ancora incompresa a nord del mondo, e sulla quale lavorano le generazioni di progettisti più giovani. Paola Sakr e i Datecrete, Aljoud Lootah, Aisha Al Sowaidi e gli Altqadum, Elias e Yousef Anastas e i Civil Architecture, sono tutti figli di questo tempo: c’è chi è stanziale in Qatar, chi in Oman o nel Bahrain, chi è nato in Libano e lavora nel Emirati, chi a Betlemme migrato poi a Parigi, ma tutti ugualmente legati alla propria terra. Alla quale, ovunque si trovino, tornano per sperimentare nuove pratiche spaziali e nuovi punti di vista capaci di agire sull’immaginario collettivo.

Aisha Al Sowaidi

Takaya, design Aisha Al Sowaidi
Tra i cliché più duri a morire, ce lo hanno raccontato qualche pagina più in là una rosa di coltissime curatrici, quello che restituisce della cultura araba una sorta di omogeneità. Gli arabi, non sono tutti uguali, non sono un popolo unico, con un’unica religione e un unico modo di vivere. Questa semplificazione appiattisce una regione incredibilmente ricca e diversificata che abbraccia molte geografie, lingue, storie e identità. Il mondo arabo si estende dall’Atlantico al Golfo, includendo metropoli urbane e villaggi rurali, deserti e coste, modernità e tradizione. Tutti coesistenti in modi complessi, a volte contraddittori «Affermare che il Medio Oriente, al di fuori della modernità, è costantemente ‘in ritardo’ rispetto all’Occidente, vuol dire ignorare che la regione è stata a lungo un luogo di innovazione intellettuale, artistica e scientifica, e che la sua produzione culturale oggi è profondamente contemporanea, connessa globalmente e consapevole di sé», è un passaggio dell’intervista a Rana Beiruti che vale la pena riprendere. «È l’Occidente, dunque, che deve fare lo sforzo di ‘recuperare’ ciò che qui è già presente».

Altqadum

Bariid, design Altqadum
Proviamoci leggendo le pagine di ‘The New Design Museum. Co.creating the Present, Prototyping the Future’ (ed Park Book)’, di Beatrice Leanza, il volume nel quale l’autrice prova ad alzare la palla del dibattito. Perché confrontarsi progettualmente con una poli-crisi come quella che stiamo vivendo, nella quale le istanze climatica, migratoria, di scarsità delle risorse hanno una ricaduta diretta sui luoghi, vuol dire osservare lo stato dell’arte del design non più da un punto di vista globale, ma planetario. Oggi progettare, fare design, vuol dire lavorare con precisione e attenzione al contesto in cui si interviene. Vuol dire impostare il racconto sulle giovani generazioni in termini di ‘situated practice’: di lavoro radicato a contesti concreti per attivare vere e proprie connessioni tra le comunità che li abitano. Ovunque nel pianeta, anche e sopratutto nella Penisola Arabica. E gli esempi in queste pagine ne sono testimoni.

Studio Aau Anastas

Tiamat, design Aau Anastas – Photo © Triennale Milano
Ecco allora che il progetto di ricerca Tiamat, condotto da Elias e Yousef Anastas dello studio Aau Anastas sui modi di utilizzare la pietra nell’architettura contemporanea è particolarmente interessante. Realizzata con la tecnica della stereotomia — ed esposta nel giardino della Triennale di Milano per la XXIV Esposizione Internazionale — , la forma a volta nervata, che ricorda le dune del deserto, si ispira agli archi di Palestina, Siria e Libano: dentro, luce, suono, clima creano un’atmosfera sospesa e protetta che induce a riflettere su estrattivismo e modelli di costruzione più resilienti. Prendersi cura del locale, per agire sul sistema Pianeta.

Aljoud Lootah
«Sento la responsabilità di rappresentare la mia cultura con integrità: non mancano le sfide, ma è anche un momento entusiasmante per plasmare narrazioni autenticamente nostre», così scrive Alijoud Lootah introducendo la sua collezione di arredi Falaj. «Mi sono ispirata ai canali di irrigazione tradizionali (aflaj) costruiti per portare acqua e vita nelle diverse zone degli Emirati. Questi sistemi non avevano solo una funzione pratica, erano un simbolo di comunità e cooperazione». La forma del divano traduce il tema dell’interconnessione in uno sviluppo lineare che poi si fa scultoreo. «Volevo che ogni pezzo trasmettesse una sensazione di flusso delicato, seguendo i percorsi invisibili dell’acqua e della connessione umana».

Datecrete Studio & Lab

Greener Pastures, design Dacrete Studio Lab
Il design è una questione di flussi anche per Sara Farha e Khaled Shalkha, i Datecrete: «per noi lavorare negli Emirati Arabi Uniti oggi vuol dire rallentare, valorizzare i flussi di scarto industriale, per trasformarli in risorse. Partendo proprio da ciò che accade nei territori ricchi di materie prime. Anche per mettere in discussione l’omologazione nell’uso dei materiali da parte dell’industria delle costruzioni, e spingerla verso una iper-contestualizzazione sicuramente più sostenibile», raccontano i designer. «Parte della mostra collettiva ‘Getting over the Color Green’, i nostri pezzi nascono da una riflessione sui paesaggi urbani, le cui forme sono la conseguenza di un’eredità coloniale che non è più in sintonia con la complessità delle città». È tempo di rallentare anche a Dubai, e di riusare, proprio come sa fare Paola Sakr che con la serie di arredi Blush per Fragmenta ha dato una seconda vita al marmo di scarto: blocchi di travertino nelle sue mani diventano comodi pouf da interno.

Paola Sakr
Photo © Anthony Saroufim

Blush, design Paola Sakr – Photo © Marya Gazzaoui Alameddine and Charbel Saade
«Se chiedessimo a Babur, fondatore dell’Impero Moghul, cosa sia il paradiso, lo descriverebbe come una serie di giardini di fiori profumati e frutti disposti con precisione», chiudono i Civil Architecture, il collettivo bahreinita che si interroga su cosa significhi produrre architettura in un’epoca, che loro per primi definiscono decisamente ‘non civile’. «Il paradiso è una costellazione alberata, una processione di frutti, fiori e corsi d’acqua, un’idealizzazione», ecco perché il loro è un lavoro condotto sui modelli di Garden House. Perché partono dalla natura nella speranza di codificare un modello di abitare capace di mantenere davvero in equilibrio l’uomo e l’ambiente. Anche a queste latitudini. «Ma siamo davvero liberi di vivere come vogliamo?», si chiedono. Una domanda non solo attualissima, ma planetaria.

Civil Architecture
Photo © Marilyn Clark

Objects for a Painless Past, design Civil Architecture
Photo © Hamed Bukhamseen, Ali Ismail Karimi








