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matteo-de-bartolomeis 28/07/2025

Il pensiero laterale nel progetto

Jean-Michel Wilmotte entra dalla porta principale e poi fugge immediatamente dalle logiche tradizionali, parole ormai abusate come “inclusività, etica e creatività” prendono vita vera nel suo racconto, la banalità non abita qui e la sua “semplicità” è al servizio del design

L’innesto contemporaneo è la chiave di volta dei numerosi oggetti e ambienti progettati da Wilmotte, il fascino del contestuale nel rapporto con la storia è il paradigma dell’approccio che il suo Studio ha nei confronti di qualsiasi sfida progettuale. Il tutto governato da un codice di comportamento che non deroga alle logiche di mercato, ma che – proprio perché il pensiero laterale è una routine quotidiana – trova soluzioni che non tradiscono l’idea originale.

Nel mondo del design e del progetto si cerca l’esclusività, l’inclusività pare essere il tuo marchio di fabbrica, come si compone un team esclusivo con l’inclusività?
In quanto architetto, ho sempre lavorato in maniera contestuale. L’innesto contemporaneo è, di per sé, una forma di inclusività: si tratta di inserire un volume, o un insieme di volumi, all’interno di un tessuto esistente e spesso antico per ridargli vita, senza ricorrere al pastiche, con un linguaggio chiaro, leggibile. Questo modo di abitare l’esistente, di prolungarlo senza cancellarlo, è già una forma di inclusione. Quindi sì, si può parlare di inclusività, ma nel senso del rispetto: rispetto per il contesto, per l’ambiente, per i materiali. Ed è proprio in questa tensione tra l’innesto e ciò che lo accoglie che nasce una forma di forza. Nel design avviene qualcosa di simile. La questione è come integrare materiali diversi ottenendo un risultato unico ed esclusivo. E qui che il gioco di parole acquista senso e descrive piuttosto bene il nostro approccio, tanto in architettura quanto nel design. Le due pratiche dialogano costantemente.

Nella tua Bio si parla di curiosità anche verso soggetti improbabili: hai qualche esempio?
Per la tenuta di Cos d’Estournel, ad esempio, abbiamo progettato una cantina nel 2008. Ma prima ancora abbiamo analizzato in profondità il funzionamento di un sito di vinificazione, studiando il ruolo essenziale della gravità nel percorso del vino. Ogni progetto comincia con un processo di conoscenza: è l’apprendimento che orienta le scelte progettuali. Non si disegna mai nel vuoto, né in astratto. Un altro esempio è la stazione di Austerlitz, oggi in fase di riqualificazione. Storicamente era un luogo pensato per accogliere i dirigibili e oggi, al cuore del progetto, abbiamo ricostruito una sorta di dirigibile, un’evocazione di quella memoria, che diventa un emblema. Vale lo stesso anche per i data center, per le centrali nucleari su cui abbiamo lavorato, o per Station F: un edificio immenso in cui abbiamo riunito oltre mille start-up — allora era un’esperienza del tutto nuova per noi.

Perché un investitore sceglie Wilmotte? Ti è capitato spesso di dire dei no anche a progetti importanti e perché?
Un investitore sceglie Wilmotte perché sappiamo ascoltare. Il committente esprime le sue aspettative, il suo programma, e noi lo traduciamo in spazio con una sorta di “ping-pong” creativo. La nostra ossessione è la qualità. È questo che garantisce la durabilità — in tutti i sensi della parola. E poi ci sono elementi più pragmatici, ma altrettanto decisivi: sappiamo rispettare i tempi, contenere i costi. Sappiamo anche ottenere i permessi di costruzione — il che, lavorando in trenta paesi differenti, non è mai una formalità. Mi è capitato di dire no a progetti molto importanti. Perché, semplicemente, non corrispondevano alla nostra etica, al nostro modo di lavorare, o alla nostra visione del mestiere. Sono scelte a cui tengo profondamente.

Gli oggetti che avete presentato nella vostra sede milanese in occasione della Milano Design Week parlano il linguaggio delle materie che si incontrano e portano con loro unanarrazione ricca spontanea: è corretta la lettura?
Sì, è una lettura assolutamente corretta. Sono oggetti pensati per raccontare, e non solo per arredare. Li ho voluti immediati, essenziali nella forma ma estremamente curati nei dettagli costruttivi. Tra il disegno e la realizzazione è passato pochissimo tempo, proprio per conservare questa spontaneità, questa tensione iniziale. I materiali sono certamente importanti, ma ancora più significativa è la loro origine, il modo in cui sono stati impiegati. Ogni pezzo nasce così: da un processo di trasformazione, da una collaborazione tra saperi diversi, da un’attenzione concreta alla sostenibilità. Riutilizzare, reinterpretare, dare nuova forma e nuova funzione a materiali esistenti: è un gesto progettuale che risponde a un’esigenza culturale, oltre che ambientale.

Cosa succede nel “salto” da oggetto pensato in dimensione contract a prodotto di serie?
È un passaggio delicato, ma affascinante. Lavoriamo con numerose aziende e spesso tutto nasce da un oggetto pensato per un’esigenza puntuale. Poi quell’oggetto colpisce, incuriosisce, e diventa un prodotto da catalogo. Questo passaggio richiede un’adattabilità: l’azienda cerca un equilibrio tra costo, affidabilità, riproducibilità. Occorre dunque aggiustare, senza tradire. È una forma diversa di dialogo, molto simile a quello che abbiamo con i committenti: c’è un capitolato, un desiderio originario e l’intelligenza della trasformazione.

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