
«La sostenibilità non è una semplice tematica», mi dice Arja Miller, la direttrice della Biennale di Helsinki. «È un atteggiamento, un modo di vivere nel mondo». L’eco di questa visione risuona nei magazzini di polvere da sparo dell’isola di Vallisaari, tra i viali di tigli dell’Esplanade Park e nelle stanze immacolate dell’HAM, l’Helsinki Art Museum, luoghi molto diversi tra di loro, ma uniti dal progetto di una “biennale lenta”, in contrasto con un mondo dell’arte sempre più frenetico. Associare i paesi nordici all’attenzione alle tematiche ambientali sembrerebbe uno stereotipo.

Blanca de la Torre & Kati Kivinen – Photo © Ilkka Saastamoinen
Eppure è ben radicata la visione della Finlandia, la quale, sia nelle sue proposte che nelle sue modalità, agisce in direzione contraria di trend e greenwashing proposto da taluni eventi artistici, le cui proposte contraddicono gli intenti.
Intitolata “Shelter: Below and Beyond, Becoming and Belonging“, questa Biennale cerca, con più o meno successo, di interrogarsi sul rapporto tra arte e ambiente in varie modalità: nei temi, nel modo di presentare le opere, e nell’attuazione dell’evento stesso. Sebbene sia impossibile concepire un grande evento artistico di arte contemporanea ad emissioni zero, è proprio nel tentativo di avvicinarsi a questo zero che sta la peculiarità di Helsinki. Le due curatrici Kati Kivinen e Blanca de la Torre hanno creato per la Biennale un decalogo della sostenibilità che espleta la loro etica ecologica, guidate dal principio “del buon vivere”. In pratica, le misure adottate includono il calcolo del carbon footprint, la priorità a materiali locali e non tossici e la promozione dell’artigianato tradizionale.

Vallisaari, Helsinki – Photo © Viljami Annanolli
Tra natura e cultura
Questa terza edizione della Biennale cerca di sfumare la soglia tra ciò che è natura e ciò che è cultura, e ponendosi come nuovo manifesto per la creazione di mostre “ecologiche,” e nel contempo presentando altri grandi temi che si intersecano alla battaglia per ambiente, ovvero il postcolonialismo, il femminismo, le narrazioni indigene. Il processo di selezione degli artisti è cominciato compilazione di nomi provenienti sia Sud globale, che dalla scena artistica del Nord Europa, mentre il paesaggio è stato concepito come collaboratore, piuttosto che come uno sfondo o una tematica. L’idea di ridefinire il rapporto tra uomo e natura è da tempo centrale in molte Biennali degli ultimi anni, da Venezia alla Biennale di Gwangju dell’anno scorso, curata da Nicolas Bourriaud.

Zostera Marina’s Song of Increase, design LOCUS / Tanja Thorjussen & Thale Blix Fastfold, 2025

Futurity Island, design Nomeda & Gediminas Urbonas.
Come quest’ultima infatti, la Biennale di Helsinki ha come premesse l’abbandono di un pensiero e una pratica antropocentrica. «Dopo un’ampia serie di visite studio visit online, abbiamo cercato proposte di progetti in linea con l’idea di riparazione e narrazioni alternative, intrecciando le conoscenze scientifiche con le cosmologie, le mitologie e il folklore indigeni», racconta spiega de la Torre. «La priorità è stata data a pratiche multidimensionali, multisensoriali e partecipative, oltre che all’arte pubblica». «Cosa rende la Biennale di Helsinki così speciale? Crediamo che ci siano tre aspetti chiave», dice Arja Miller, direttrice della Biennale e dell’HAM, l’Helsinki Art Museum. «Il primo è la stretta collaborazione con la città, il secondo è la dimensione pubblica dell’arte. Il terzo è la presenza del mare e delle isole di fronte a Helsinki, e la storie di cui queste si fanno portatrici». Tre sono anche i siti dell’evento, ognuno dei quali offre un contesto molto diverso in cui far vivere le opere d’arte, spingendo i visitatori a confrontarsi con diverse modalità di fruizione in ambienti differenti: il white cube, la foresta e il giardino.

Tidal Tears, design Hans Rosenström, 2025 – Photo © Sonja Hyytiäinen
Tre luoghi della fruizione
Che si tratti della Biennale di Venezia o di quella di Istanbul, sembra che ogni grande evento artistico che si rispetti debba prevedere un qualche tipo di trasporto marittimo. Helsinki non fa eccezione e, nella nebbia di una giornata piovosa, un traghetto ci porta sull’isola Vallisaari, un tempo avamposto militare, i cui edifici storici sono oggi stati riconquistati dalla natura. Qui le opere d’arte cercano di adattarsi alle condizioni del luogo, all’umidità, ai ritmi delle maree, e alla pervasività vegetale: «Pensavamo a uno spazio pensato non solo per la fruizione umana, ma abbiamo immaginato come potesse essere esperito anche attraverso gli occhi di altre specie», spiega Kivinen. «A Vallisaari le opere d’arte interagiscono con l’ambiente esistente. In un certo senso, l’isola ci ospita».

Witness, design Geraldine Javier, 2025 – Photo © Maija Toivanen

The Giant Hogweed, 2020, design Ingela Ihrman – Photo © Sonja Hyytiäinen
Esempi per riusciti di questo dialogo sono “Witness” dell’artista filippina Geraldine Javier, che trasforma l’ex magazzino di polvere da sparo di Vallisaari in un contenitore di memoria, costituita da strati di sottile velo stampato che formano colonnine ineffabili. Il processo di Javier è basato sulla stampa diretta su tessuti della flora locale, ed incarna il processo di co-creazione con la natura, al cuore della Biennale. «Per me si trattato di evocare gli anelli degli alberi, i primi ad essere influenzati dai cambiamenti dell’ambiente», spiega Javier. «Ogni strato di tessuto replica un anello, e racconta una storia diversa. Ce un’opera in particolare che evoca la storia Vallisaari, e di come l’isola sia stata abbandonata dopo la guerra, consentendo alla natura di proliferare».

Interwoven Stories, design Ana Teresa Barboza, 2025 – Photo © HAM Helsinki Biennial, Sonja Hyytiäinen
Un altro lavoro, “Salt Bark” di Ana Teresa Barboza realizza un collegamento tra diversi emisferi attraverso il medium della corteccia di betulla. Utilizzando due tipi di corteccia, una proveniente dalla Finlandia, l’altra dall’Amazzonia peruviana, l’artista crea un’installazione che si articola nelle diverse stanze di un magazzino di polvere da sparo. La collaborazione di Barboza con gli artigiani locali di Puerto Maldonado ha portato a riprodurre le storie di questi lavoratori intagliandole sulla corteccia, intrecciando storie proveniente da geografie molto diverse.

Stranding, design Sara Bjarland, 2025 – Photo © Sonja Hyytiäinen

Limulus Polyphemus, design Tue Greenfort – Courtesy of König Galerie
Interessante anche il progetto “Learning to Be Better Lovers (Forest School)”, ospitata in una casetta sul percorso a Vallissaari dell’irlandese impiantata a New York Katie Holten, che da un decennio e più ha creato “alfabeti degli alberi”. «Dobbiamo imparare a prenderci cura gli uni degli altri, ma anche di questo pianeta», ricorda l’artista. «L’idea di imparare ad ‘amare meglio’ si estende anche alla natura». Tuttavia, ci viene da pensare che anche se l’itinerario nell’isola, e il pellegrinaggio da opera ad opera che prende circa un’oretta in una natura selvaggia, sia affascinante dal punto di vista concettuale, questo non necessariamente funziona dal punto di vista pratico.

Invasive Scent, design Raimo Saarinen, 2025 – Photo © Sonja Hyytiäinen
La prima cosa che viene da chiedersi è se ci sia veramente bisogno c’è di aggiungere opere d’arte nello spazio naturale, soprattutto se si tratta di opere che non sono pensate come land art, quindi spesso concepite per altri contesti, e che non sono necessariamente in dialogo diretto con lo spazio. Dagli esperimenti d’arte in siti naturali come la Khao Yao Art Forest vicino Bangkok, che colloca video e una serie di installazioni nell’ambiente naturale, alle spettacolari e roboanti opere tecnologiche e luminose nelle isole di Abu Dhabi, emerge che la natura è bella e ricca così com’è.
E se piazzare delle opere nel deserto favorisca la visione artistica, facendo apparire miraggi in uno spazio fondamentalmente vuoto, la foresta è già piena di elementi, è uno spazio già “arredato” per così dire. La presenza di opere nella foresta finisce la maggior parte delle volte per confondere lo spettatore, proprio come quando si fanno mostre d’arte all’interno di case storiche, dove l’arte è nascosta tra lampade, cimeli e vecchie stampe. In più partecipare ad un leggero trekking boschivo sotto la pioggerellina, non predispone necessariamente l’animo alla fruizione dell’arte nello stesso modo di uno spazio neutrale. Camminando per i diversi siti dell’isola di Vallissaari, si trova più la necessità di staccarsi dalla civiltà e dall’importa dell’umano, piuttosto che ricercarla in installazioni e opere. Insomma, se l’arte può avere bisogno della natura, la verità è che la natura non ha bisogno dell’arte.

Esplanade Park – Photo © Lauri Rotko
Il giardino come sintesi
Il White Cube sembrerebbe l’opzione più noiosa per affrontare il tema dell’ambiente, rimane comunque quella più affidabile. In questo senso, la parte della Biennale all’interno di HAM funziona meglio, sebbene la mostra in sé non presenti picchi poetici particolari.
Ad HAM il visitatore è accolto da una gigantesca testa di gabbiano, che esemplifica in qualche modo lo spirito goliardico e l’amore per il regno animale che anima l’helsinkese (onnipresenti sono infatti rappresentazione della fauna locale in piazze ed edifici).
Nel museo le storie indigene e diasporiche la fanno da padrone, sottolineando l’inscindibilità tra clima e giustizia sociale. Eppure, l’impressione è in qualche modo simile a quella che si ha affacciandosi dalla terrazza del più alto edificio di Helsinki, Hotel Torni: la visione che si ha della capitale finlandese è quella di una città dove nessun edificio spicca, ma tutti si integrano armoniosamente in un ecosistema.

Esplanade Park – Photo Lauri Rotko
Se il white cube è la tesi e l’isola selvaggia l’antitesi, il giardino è la sintesi. E infatti a Helsinki la sintesi tra i due siti di HAM e Vallisaari si trova all’Esplanade Park, uno spazio lussureggiante nel cuore della città, dove i prati curati e la contiguità con la vita cittadina raccordano gli spazi boschivi di Vallisaari e la linearità dello spazio museale. È proprio qui che la Biennale trova una sorta di punto di equilibrio. Esplanade Park evoca il concetto di giardino, che fin dall’antichità, da giardini di Versailles ai giardini giapponesi, ha spinto l’uomo a trovare un punto d’incontro tra arte e natura. Sarà forse da questo felice incontro “mediato” che la Biennale potrà prendere le mosse in futuro, mantenendo il suo rigore etico, i suoi presupposti di un evento olistico, e nell’idea di creare una biennale lenta e un laboratorio di possibilità per un fare umano sostenibile. «È importante mantenere un certo ottimismo nei confronti delle sfide climatiche», conclude Kivinen. «Visioni pessimistiche e paesaggi apocalittici portano solo alla paralisi e all’inazione».
Photo credits: HAM / Helsinki Biennial







