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matteo-de-bartolomeis 2/12/2021

Matteo Ragni: il designer e la fionda

Dal desiderio di progettare grattacieli all’irresistibile gusto nel lavorare sul concetto di scala, dalla ricerca di ibride costellazioni nel mondo professionale all’attesa produttiva, ma sottotraccia. Questo è Matteo Ragni, un designer milanese dentro la tradizione per formazione, fuori dalle routine per vocazione

Osservatore introverso, inclusivo e generoso, la parola strategia non convive con la sua anima, un designer che si siede di fianco e mai davanti: IFDM ha scoperto i “lati del poligono” Ragni con una conversazione ricca di design, desideri e semplice quotidianità.

Ti senti più un designer concettuale o concreto?
Mi sento concretamente concettuale, non mi considero uno che prima fa e poi capisce, cerco di trovare un senso al mio agire. Non penso di essere una persona concettuale o di avere una filosofia definita: mi piace sperimentare. Ogni mio progetto ha partenze e arrivi sempre differenti, cerco una motivazione che non sia necessariamente formale, quindi prima cerco la narrazione, poi arriva l’oggetto.

Campari - Photo © Max Rommel

I telescopi per i 150 anni della Campari sono un esempio?
Sì, la mia idea iniziale era quella di regalare “uno sguardo nel futuro” e non celebrare i 150 anni del passato. I telescopi (che erano delle bottiglie di Campari scalate 10 volte) rappresentavano delle porte per scrutare idealmente il futuro. Quindi ribaltare il concetto della celebrazione e proiettarsi in avanti.
Il mio lavoro è come una fionda: più vai nel passato e tiri l’elastico, più puoi raggiungere il futuro. È una metafora che nella mia testa è sempre presente. Il pensiero è rivolto all’azienda e non al prodotto, mi piace lavorare a fianco (e non davanti) dell’imprenditore e, quando funziona, funziona veramente.

Designer come vocazione?
Al liceo volevo fare l’architetto, scrutavo tutto silenziosamente. Ho capito dopo che il mantra di Bruno Munari, “osservi a lungo, capisci profondamente, fai in un attimo”, un po’ mi apparteneva e alla fine ho fatto l’architetto. Avrei desiderato progettare grattacieli, ma alla fine il primo oggetto che mi ha dato un po’ di notorietà misurava 4×8 centimetri (il Moscardino, Compasso d’Oro nel 2001 con Giulio Iachetti).

Moscardino by Pandora Design, Design Matteo RagMoscardino by Pandora Design, Design Matteo Ragni & Giulio Iachettini & Giulio Iachetti

Moscardino by Pandora Design, Design Matteo Ragni & Giulio Iachetti

T-Pad, Better Living collection by Twils, Design Matteo Ragni - Photo © Max Rommel

T-Pad, Better Living collection by Twils, Design Matteo Ragni

Approfondiamo la professione di art director: cosa hai portato a casa e cosa hai lasciato per strada nelle tue esperienze da direttore artistico?
Cerco aziende che abbiano fame, ma non sappiano bene cosa mangiare. Mi piace orientarle conoscendo bene il loro DNA. Molte aziende scelgono l’art director perché è un brand e in questo modo la loro anima scompare e vale solo quella del direttore artistico: io sono esattamente l’opposto. Quando mi confronto con le aziende cerco di imparare il loro dialetto, i loro codici, cosa li rende distintivi. Quindi cerco di metterci del mio rimanendo molto sotto traccia: io non ho uno stile riconoscibile e non mi interessa averlo.

Ci sono state delle esperienze di art direction sorprendenti e inaspettate?
Sicuramente con Paola Jannelli (Jannelli & Volpi) con cui ho iniziato a lavorare per un evento del Fuorisalone per il loro 50esimo, collaborazione proseguita per diversi anni nello stesso contesto: è una storia a lieto fine, oggi non abbiamo relazioni professionali ma siamo rimasti amici e il confronto umano è molto bello.
Campari è stata un’esperienza fantastica: nel 2009, a mia insaputa, ero stato selezionato come giovane designer per celebrare i 100 anni del Futurismo. Feci un colloquio dove mi chiesero di mostrare il mio portfolio, io naturalmente non avevo portato niente e dissi loro che quello che avevo fatto prima nulla centrava con quello che avrei potuto fare per loro. Mi hanno preso e non ci siamo lasciati fino al 2013, creando anche una bella quota di gelosie tra i colleghi.
Con Fantoni la collaborazione è nata un po’ per caso ed è cresciuta come un lento tzunami. Nel 2013 avevo creato per loro il progetto Milano Design Factory in quello che oggi è il loro showroom in via Santa Sofia a Milano (allora era disabitato), una specie di laboratorio per giovani designer nell’anno di Expo; nella mia testa doveva essere una specie di presepe vivente con i designer che portavano le loro produzioni. Abbiamo inventato i Pranzi al Buio dove invitavo persone del mondo del food e della comunicazione che non conoscevo e non si conoscevano tra di loro per mescolare il tutto con il design. Un’esperienza davvero molto bella.

Oggi c’è il progetto Twils: come arriva e perché?
Twils è un’azienda che mi ha colpito per la sua gentilezza, per la cortissima distanza che passa tra il dire e il fare in un settore molto inflazionato, ricco di proposte e dove le espressioni “legati al territorio” e “Made in Italy” sono molto abusate. Proprio la gentilezza dei modi, che si rispecchia nella gentilezza dei prodotti, mi ha attratto, qui ho visto un percorso potenziale interessante.
Twils ha avuto anche il coraggio di seguirmi nella proposta di mettere in produzione la Polet di Castiglioni, progetto dimenticato da oltre trent’anni e che oggi può avere molto da dire.

PoLet, Better Living collection by Twils, Design Achille Castiglioni - Photo © Max Rommel

Polet, Better Living collection by Twils, Design Achille Castiglioni

Abet Laminati - ADI Design Museum, Milan - Photo © Max Rommel

Abet Laminati – ADI Design Museum, Milan

Alpi, Abet Laminati, Pigna e Jannelli&Volpi: sembra che tu sia attratto dalle aziende 2D. Come si approccia un settore che fa cose tutto sommato piatte?
Il progetto della superficie è sempre stato un mio grande interesse. Con Paola Jannelli ho approcciato la carta da parati, una novità per uno come me che ha sempre creduto nel minimalismo e nell’essenzialità, ma ho capito che bisognava mettersi in gioco e mi sono appassionato al segno grafico e ai pattern che poi ho replicato anche con Alpi, dove avevo carta bianca per le nuove collezioni.

Matteo Ragni e Giulio Iacchetti: che tipo di scambio si mette in moto?
Ci siamo incrociati al Politecnico di Milano e poi ci siamo ritrovati, dal 1997 abbiamo una collaborazione che ha prodotto appunto due Compassi d’Oro (per Moscardino nel 2001 e il tombino di Montini nel 2014). Anche oggi, sebbene ognuno di noi abbia il suo studio e la sua vita, ci sentiamo spesso, i confronti sono molto ruvidi e il piacere di lavorare e stare insieme è rimasto intatto. Infatti collaboriamo per Abet.

Moon, Better Living collection by Twils, Design Matteo Ragni - Photo © Max Rommel

Moon, Better Living collection by Twils, Design Matteo Ragni

Ci sono designer che vorrebbero progettare interior e d’altro canto ci sono progettisti che vorrebbero disegnare oggetti: dove ti collochi?
L’indole del progettista è quella di essere perennemente insoddisfatto, il ruolo è ricco di cambi di cappello. Io mi sento un progettista, ho una formazione da architetto un po’ umanista, non mi sento un designer di prodotto. Il prodotto è la punta di un iceberg che si sviluppa nella parte invisibile che è quella che sostiene e va sostenuta. È importante lavorare non solo sulla notorietà, ma anche, se non soprattutto, la rispettabilità che si costruisce con anni di lavoro.

Se dovessi fare un regalo a Matteo Ragni che sta per compiere 50 anni, che regalo gli faresti?
Vorrei fare il giro d’Italia in barca a vela, ovviamente da solo; è naturalmente un progetto anche questo e il vento è un tema molto bello.

E il sogno nel cassetto?
Ne ho ben tre: fare il gelataio, progettare un hotel e Wind of Change. Il gelataio… non necessita di commenti. Il mondo dell’hospitality – che mi ha sempre attratto – lo sto assaggiando adesso con un accordo con la catena svizzera Mövenpick per una suite campione, il percorso è lento ma ci stiamo arrivando. Wind of Change è un mio progetto sulla falsa riga dei Pranzi al Buio: organizzare delle piccole uscite in barca a vela con persone di varia estrazione e che non si conoscono per capire insieme dove ti porta il vento e con un accordo condiviso: quello che si dice in barca rimane in barca.

Photo © Max Rommel

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