matteo-de-bartolomeis 2/03/2020

Un viaggio di 60 anni tra storia, geografia e scienza

L’incontro con Alberto Lualdi rappresenta un rapido percorso su cosa significa essere imprenditori nel mondo, senza presunzione, con un po’ di coraggio e con quel grammo di fortuna che solo chi ci prova ottiene, per porre le basi certe di una crescita altrettanto certa

Le prime tracce dell’azienda risalgono a oltre 130 anni fa e già allora – siamo nell’800 – si parlava di “su misura” e “qualità”, due parole che tutte le generazioni dei Lualdi che si sono succedute hanno protetto e conservato.

Alberto Lualdi

Alberto Lualdi, Presidente Lualdi

Partiamo da lontano: cosa ha rappresentato Caccia Dominioni per la sua azienda?
Pariamo degli anni 60, l’incontro è stato molto significativo, ha rappresentato per la Lualdi il passaggio dall’essere un’azienda che faceva finestre in legno per la ricostruzione dal dopo guerra in avanti alle porte. Dall’edilizia all’arredamento, per noi una svolta epocale. Avevamo fatto i serramenti della villa dell’Ing. Leopoldo Pirelli e l’architetto ci chiese se sapevamo fare anche i mobili, noi rispondemmo di no, ma che ci potevamo provare: facemmo tutti gli arredi su misura. Finiti gli arredi si poneva il problema delle porte e sul mercato non c’erano porte adeguate al tipo di arredo che l’architetto aveva progettato: ecco l’allora primo esempio di industrial design applicato alle porte, dove la creatività incontrò la tecnologia. Nacque la LCD 62 (Lualdi Caccia Dominioni e l’anno di nascita). Da lì in avanti abbandonammo il mondo delle costruzioni per diventare un falegname di fiducia, facevamo arredamenti completi chiavi in mano, eravamo dei contractor quando ancora questo nome non esisteva.

LCD 62, Lualdi

LCD 62, Lualdi

Quali sono stati i momenti che hanno determinato una svolta nella storia della Lualdi?
Gli inizi degli anni 90 hanno rappresentato il momento dell’internazionalizzazione della Lualdi. L’occasione fu l’appalto internazionale a Londra per la costruzione della sede dell’EBRD (Banca Europea per la Ricostruzione dei Paesi dell’Est) con l’architetto Jean Louis Berthet. Il palazzo era nuovo ed era stato disegnato da SOM, l’architetto francese ci chiese di fare il mokup di una porta speciale inserita in un’architettura ricca di vetro: l’idea di Berthet era quella di una porta curva che richiamasse l’attenzione, che si staccasse dalle grandi pareti di vetro e desse un particolare tocco di stile. Il nostro progetto, fatto in collaborazione con la Tecno, vinse l’appalto. Era il 1992 e tutti a Londra si chiesero chi fosse quell’azienda italiana che era riuscita a prendere il più importante appalto degli ultimi 10 anni (2 miliardi e mezzo di lire per circa 600 porte molto sofisticate). Da allora e in poco tempo Lualdi iniziò collaborazioni con i più importanti studi di progettazione internazionali.

Matrix, Compass, Lualdi

Matrix, Compass, Lualdi

Le porte, negli anni, hanno cambiato la loro funzione, oggi sono veri e propri elementi di arredo e in molti casi aiutano nella progettazione degli spazi. Come è cambiato il vostro modo di vendere o di proporre?
La Lualdi è lontana dal mondo della distribuzione classica delle porte: la porta corrisponde a circa 2 mq verticali e quindi il suo contributo all’interior design è notevole, come un bel quadro. La Lualdi ha negli anni acquisito delle competenze in quelle che sono tutte le superfici verticali, dalle boiserie alle partizioni divisorie fisse e mobili, dove la porta può introdurre un armadio a muro, può dividere degli spazi, essere scorrevole. Un ruolo molto flessibile.

Nel mondo delle porte sono compatibili finiture diverse dal legno?
Assolutamente sì, quando si parla di fare arredamento la porta diventa parete e viceversa e quindi i materiali diversi dal legno sono molto considerati per i progetti: pietre, metalli, tessuti, ceramiche e wallpaper. Quotidianamente siamo in contatto con le aziende di finiture, insieme collaboriamo nei progetti, soprattutto quelli dell’area hospitality.

Parliamo della Cina. Che ripercussioni ha avuto – se le ha avute – la Lualdi dopo l’esplosione del Coronavirus?
Le confermo che al momento non avvertiamo alcun problema, lavoriamo e parliamo quotidianamente con i nostri distributori. Naturalmente c’è un’emergenza sanitaria in corso e questa va tenuta in considerazione, tutti lavorano da casa, i ritmi sono differenti, ma la vita professionale continua. Chi ha progetti Cina in corso non avverte flessioni.

Lualdi sede EBRD, Londra

Lualdi sede EBRD, Londra

Negli Stati Uniti avete una vostra società, l’avete aperta molto in anticipo rispetto all’onda del design che è arrivata dopo, merito di un’intuizione?
Gli inizi degli anni 2000 hanno rappresentato un altro momento topico per la Lualdi. Merito un po’ della casualità, ma anche di scelte imprenditoriali coraggiose. Avevamo dei prodotti a catalogo distribuiti, come da nostra filosofia, attraverso il canale dell’arredamento. Abbiamo avuto l’occasione a New York e Miami di proporci come produttore italiano di qualità e al tempo stesso flessibile nella capacità di fare custom made. L’esperienza londinese ci aveva aiutato a essere più professionali: a Londra, quando partecipi a un progetto, ti chiedono chi sei, da dove arrivi, cercano di capire il livello della tua solidità, quanto fatturi, quanti operai hai. Per partecipare a un progetto occorre superare la fase della pre-qualification per essere accreditato come fornitore affidabile e quindi ufficiale. Negli USA sono ancora più strutturati in questo senso e noi, forti dell’esperienza inglese, ci siamo costruiti una reputazione. Ma negli Stati Uniti non puoi guadagnare credibilità attraverso i dealer, devi essere tu azienda presente sul territorio e sapere interfacciarti con i project manager, con il sistema di logistica locale, conoscere la legislazione. Nel 2005 la solidità di Lualdi sul territorio americano era ormai un fatto acquisito.

Teatro Lualdi ©Simone Barberis

Teatro Lualdi ©Simone Barberis

Ha un sogno nel cassetto?
Non si può non avere sogni nel cassetto, ogni giorno ce ne costruiamo perché ci divertiamo a fare questo lavoro. Ma se proprio devo sceglierne uno, allora mi piacerebbe progettare una porta virtuale: non so come, ma non pongo limiti alle potenzialità del futuro. Al momento stiamo lavorando a un progetto con Philippe Starck e anche lui afferma che la porta deve diventare “intelligente”, non avere la funzione dell’aprire e chiudere, ma esprimere altri significati. E se lo dice Starck…

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