antonella-mazzola 6/02/2020

Da spazio nasce spazio

Per la nuova sede di Bally, in viale Piave a Milano, il progetto di Storage Associati punta a un realismo scenico rigoroso e trasformista che racconta di lusso contemporaneo e memorie leggendarie

Owner: Bally
Interior design: Storage Associati
Furnishings: Viroc, Vitra
Photo credits: Alberto Strada

Contemporaneo e globalmente riconoscibile, Bally ha recentemente trasferito la sede londinese in quello che fu luogo di intrattenimento e svago in piena Bella Époque. Lo storico brand dai natali svizzeri ha infatti scelto Milano e la robusta architettura tardo liberty, costruita all’inizio dello scorso secolo dall’architetto Achille Manfredini, per ambientare il nuovo quartier generale. Il progetto di Storage Associati mantiene intatti gli elementi chiave di questo edificio dai trascorsi gloriosi, che debuttò teatro per essere poi trasformato in cinema e successivamente scelto come cornice per défilé e campagne vendita da Gucci.

L’edificio offre 2.400 metri quadrati, di cui ora 836 destinati alla showroom e i restanti distribuiti su più livelli, predisposti per accogliere gli uffici stile e le divisioni marketing e comunicazione. Il concept nasce dal desiderio di riportare in vita la storia di Bally e l’evoluzione creativa che ha esteso l’originaria vocazione calzaturiera alla linea di accessori e al prêt-à-porter di lusso. Il racconto si snoda attraverso superfici, forme, colori e luci in un confronto reiterato con la bellezza del tempo e dei suoi lasciti architettonici per definire un’atmosfera attenta ai dettagli e alle suggestioni del design, già individuabile dalla strada grazie alle nuove vetrate che hanno rimpiazzato quelle originali oscurate.

Un magnifico ingresso, premessa delle proporzioni importanti comuni a tutto il piano terra, imbeve di bianco la cupola ottagonale e i decori dell’intradosso annunciando con formula sintetica pochi ma distintivi elementi ‘biografici’: il lampadario sospeso a forma di anello scandito da lettere al neon che si inseguono per comporre il nome della griffe e il consueto marmo rosso arabescato con eleganti venature bianche usato, in abbinamento all’ottone, sia per l’enorme bancone della reception sia per la seduta monolitica che lo anticipa, e pure per i tre portali comunicanti con la showroom. Non solo passaggi, questi ultimi, ma all’occorrenza complici – su ruote – nella presentazione di un layout mutante. Anche lo spazio espositivo esalta le altezze, facendo corrispondere alle due diverse quote del soffitto altrettante aree, ulteriormente segnalate da una larga fascia continua color ottone che corre lungo le pareti e si insinua a terra come intervallo lucente tra la distesa di resina grigia.

La prima zona è stata concepita come un anfiteatro open space: le scarpe sono sistemate su strutture a gradoni in fibra di cemento e ottone, variabilmente configurabili grazie ai dispositivi rotanti. Disseminati in scenari sempre potenzialmente trasformabili, i tavoli personalizzati con struttura nera e ottone e piano in marmo grigio si accostano alle sedie disegnate da Jean Prouvé e alle cassettiere compatte con rivestimento in tessuto colorato e maniglie di ottone. Sulle pareti in cemento armato gli scaffali modulari in legno scuro Okumè accolgono gli accessori, mentre i vestiti sono appesi a sottili binari di ottone posizionati lungo le mura periferiche. E se il cemento è un’ode all’architettura svizzera, i tappeti e le tende di velluto, personalizzati in rosa cipria e azzurro, citano senz’altro i sipari e l’esperienza teatrale dell’origine.

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