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redazione 1/03/2017

G-Rough, la nuova Dolce Vita

In una cornice architettonica profondamente romana si esprime appieno il rough-lux dell’ospitalità: lusso rarefatto e mai ostentato che celebra il design italiano più iconico

Se Anita Ekberg avesse vissuto i suoi fasti nel terzo millennio sarebbe entrata come una diva nell’ingresso non convenzionale di G-Rough, design hotel nel cuore di Roma con commovente affaccio sulla cupola di Sant’Agnese di Piazza Navona.
Il sensuale richiamo “Marcello, come here!” l’avrebbe pronunciato dall’interno dell’onirica e caleidoscopica contemporary wine gallery, dove si entra e si fa check in, e dove trovano posto come se fossero sempre stati lì un banco bar in ottone satinato, pareti a specchio color bronzo, poltrone e tavolini originali anni ‘50, cementine esagonali bianche e rosse a terra e rigogliosi rami e fronde a sovrastare le sedute, per un effetto “giardino d’inverno”.

Cinque piani e dieci suite di una palazzina seicentesca parlano di un nuovo rough luxury, una preziosità che si manifesta attraverso un lusso sommesso e ricco di storia, in cui le pareti scialbate fanno riemergere intonaci grezzi e storie sottostanti. Dove elementi originali recuperati e valorizzati rappresentano una nuova e raffinata eleganza.

Registi del progetto sono Gabriele Salini e il geniale, prematuramente scomparso Emauele Garosci: amici, business partner e bon vivant che, insieme all’architetto Giorgia Cerulli, hanno voluto coniugare l’immagine di un’ospitalità in stile Décor con un gusto contemporaneo e internazionale, in un luogo dalla forte identità di abitazione privata che offre, però, tutti i servizi di un hotel.

Recupero della memoria e della bellezza del passato si fondono a un’estetica moderna. Sì, perché la felliniana Anitona si muoverebbe sinuosa tra gli arredi senza tempo dei maestri Ponti, Parisi e Ulrich. Sfiorerebbe le raffinate biancherie Society Limonta che veste letti, tavole e bagni. Uno ad uno, i pezzi della collezione che abitano G-Rough e che danno vita e forma ad ambienti, ciascuno diverso dall’altro, sono stati scovati e scelti degli interior decorator Vittorio Mango e Benedetta Salini in atelier vintage, aste, fiere di modernariato e laboratori.
Tutto equamente distribuito tra le 5 Pasquino Suite, affacciate sull’omonima piazza, e le restanti 5 Suite, affacciate sull’interno. Le prime, che in omaggio ai designer rappresentati portano i loro nomi propri, diverse nei singoli elementi di arredo, ripropongono lo stilema di un certo design italiano del secolo scorso, racchiudendo ciascuna una o più ‘perle’: dal tavolo e sedie di Ico Parisi al carrello bar dell’eclettico Gio Ponti, alle lampade della coppia Afra&Tobia Scarpa, all’armadio in pergamena dalle linee sobrie di Gugliemo Ulrich. Nelle seconde è la zona notte ad essere protagonista con un intimo salottino, impreziosito da rigorose tolette da trucco di Cavatorta, Parisi e Ponti e divanetti di velluto colorato. Con gli armadi razionalisti verde bottiglia di Ico Parisi, i letti e tavoli da notte essenziali di Silvio Cavatorta, il letto anni ‘30 di Guglielmo Ulrich.

Non ultimo, Il maestro Federico adorerebbe sicuramente il forte spirito artistico che pervade l’intera struttura: i wall drawing a pastello di Marino Melarangelo che decorano le scale, le molteplici opere contemporanee disseminate nei i vari ambienti, la performance di 24 ore pensata da Guendalina Salini e Silvia Litardi per inaugurare il cantiere.

 

Proprietà: Amor s.r.l.
Gestione: PG Management
Fornitori di interior: Leftover, Smeg, Seletti, Gessi, Limonta Society,
Team di progettisti: progetto architettonico, Giorgia Cerulli; interior design, Benedetta Salini e Vittorio Mango; curatela artistica, Guendalina Salini
Photo credits: Serena Eller

 

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